MacBook Neo: 8 GB di RAM non sono pochi; è il software ad essere progettato male

MacBook Neo

L’arrivo sul mercato del MacBook Neo ha riportato l’attenzione sulla questione della RAM: 8 GB sembrano ormai troppo pochi per un notebook che deve servire per la produttività, eppure con i computer le persone fanno sempre le stesse cose. Ma l’adozione esagerata di webapp al posto delle soluzioni native ha fatto aumentare la quantità di memoria necessaria per lavorare.

Da una settimana nel settore tech si sta parlando del nuovo MacBook Neo, la versione entry-level del portatile di Cupertino, con cui Apple per la prima volta entra nella fascia bassa del mercato dei notebook. Un prodotto che ha attirato commenti di ogni tipo, da quelli più favorevoli a quelli più critici, da cui è nato il dibattito sulla quantità di RAM disponibile, che è di soli 8 GB.

Nessuno discute infatti sulla qualità generale del prodotto: a 699 euro questo è forse il laptop meglio costruito che si possa trovare e sicuramente quello che più di tutti rappresenta un pacchetto completo. È possibile trovare prodotti con alcune caratteristiche migliori a questo prezzo, ma è difficile che siano ad un buon livello su ogni singolo aspetto. E l’elemento sui cui questo MacBook è più carente è di sicuro la quantità di RAM a bordo: 8 GB, anche con i benefici in termini di efficienza garantiti da macOS e dal modo in cui viene gestita la memoria unificata sui chip Apple, sono oggi il minimo indispensabile per avere una macchina funzionante, e appena si chiede qualcosa in più emergono tutti i limiti di un taglio ormai inadeguato alle esigenze di chi con un computer ci deve lavorare.

In effetti, è evidente che Apple ha pensato questa macchina per gli studenti e per un pubblico tecnologicamente poco evoluto, che non fa lavori pesanti per il computer, e che tiene aperte poche cose alla volta. Ma allo stesso tempo è vero che un pubblico poco evoluto potrebbe essere incline a tenere molte applicazioni aperte senza rendersi conto poi del motivo per cui il loro computer sembra andare piano: non ne faccio una questione di potenza di calcolo, perché con le prestazioni single-core equivalenti a un M4 e multi-core a un M1, quella è più che sufficiente per lavorare in scioltezza, ma di quantità di memoria di sistema, che rischia di diventare il vero collo di bottiglia per quanto riguarda le prestazioni e un handicap per il prodotto.

Eppure, a pensarci bene, tutti ritengono che 8 GB siano un grosso limite proprio perché ormai ci siamo abituati a ragionare in questo modo, considerando 16 GB il minimo per lavorare senza rallentamenti con le moderne applicazioni da ufficio. Se però consideriamo come è cambiato il mondo della produttività negli ultimi anni, ci rendiamo conto che più o meno facciamo tutti sempre le stesse cose, e per giunta molto spesso con le stesse applicazioni, sempre uguali da una vita. Finché col passare del tempo chiedevamo di più ai nostri dispositivi, un aumento dei requisiti per lavorare bene era comprensibile, ma adesso sembra che servano sempre più risorse di sistema per fare sempre meno cose, visto che ormai molti applicativi si sono spostati in cloud e le applicazioni che le persone fanno girare in locale sono paradossalmente diminuite.

Nonostante questo, il consumo di memoria di molte applicazioni continua ad aumentare, anche se le funzionalità sono sempre le stesse. Il motivo principale di questa situazione è l’adozione esagerata di Electron e Webview2 per la realizzazione di applicazioni desktop che in realtà non sono altro che webapp, quindi siti web riconfezionati sotto forma di applicazione, e non invece applicazioni native costruite con strumenti e framework nativi, come sarebbe ideale per ottenere prestazioni ed efficienza.

Oggi le webapp sono ovunque: Teams, Slack, Discord, Figma, Notion, la versione per Windows di Whatsapp. Sono solo alcuni esempi, ma ne potrei citare molti altri. Applicazioni che quasi tutti usano per la produttività personale e aziendale ormai non sono altro che istanze di Chrome con Node.js, che sommate all’uso ormai pervasivo di applicazioni web che girano nel browser, sono la ricetta per un consumo di RAM fuori da ogni logica.

Possibile allora che le software house siano così incompetenti? In realtà, il motivo per cui sempre più applicazioni sono progettate in questo modo è puramente legato alla volontà di risparmiare sui costi di sviluppo e manutenzione, dal momento che è così possibile mantenere una codebase per la maggior parte unificata tra web e i vari sistemi operativi: in questo modo è sufficiente modificare il codice una sola volta per portare delle modifiche su tutte le versioni del software, riducendo le ore di lavoro necessarie e quindi i costi. Senza contare che gli sviluppatori in grado di lavorare sul codice alla base delle webapp, quindi HTML, CSS e Javascript, sono più facili da trovare e costano meno.

Il prezzo di queste scelte lo pagano però gli utenti, che sono costretti a spendere denari per acquistare macchine sempre più potenti e con sempre più RAM a bordo, senza ottenere alcun beneficio. A questo si aggiunge poi la beffa del costo delle memorie che sta salendo nella stratosfera, rendendo l’acquisto di una macchina valida per la produttività quanto mai oneroso.

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