Sugli ultimi Mac con Intel

Uno degli ultimi Mac con Intel

Con la prossima release di macOS, Golden Gate, Apple si prepara a interrompere il supporto per gli ultimi Mac con Intel a bordo, chiudendo quindi l’ultimo capitolo di una lunga storia. Tra i pochi modelli supportati da Tahoe che rimarranno senza aggiornamenti da quest’anno, ci sono due dei migliori Mac con Intel mai realizzati, due Mac che hanno fatto da ponte tra x86 e ARM e che nel periodo della transizione hanno traghettato gli utenti professionali verso Apple Silicon.

Siamo giunti alla fine del viaggio. macOS Tahoe è l’ultima versione del sistema operativo dei Mac compatibile con i processori Intel. Pochi, a dire la verità, sono i modelli ufficialmente supportati: c’è l’iMac 5K del 2020, l’ultimo rilasciato con i processori di Santa Clara a bordo, il Mac Pro del 2019, il MacBook Pro da 13” di inizio 2020, e il MacBook Pro da 16” di fine 2019. Un viaggio, quello dei Mac con i processori Intel, i cui ultimi capitoli si sono fatti via via sempre più ridotti, e anche poveri di contenuto, perché sebbene le ultime release di macOS abbiano portato diverse novità, la maggior parte è rimasta esclusiva di Apple Silicon, con i vecchi Mac sì supportati, il che è comunque cosa buona per una questione di compatibilità con le applicazioni, ma privi delle ultime funzionalità del sistema operativo, ormai destinate ai Mac della nuova scuola. Il supporto non finirà comunque quest’anno con il rilascio di Golden Gate: sono previsti infatti altri due anni di patch di sicurezza su Tahoe, e non è ancora stata annunciata una data di dismissione di Rosetta 2, l’emulatore installato su tutti i Mac con Apple Silicon, che serve per rendere eseguibili su ARM le vecchie applicazioni mai riscritte dopo il cambio di architettura, e che probabilmente resterà con noi ancora per un po’, visto che oggi i Mac sono nelle mani di milioni di persone, e qualcuno potrebbe avere ancora bisogno di far girare qualche vecchio programma scritto per x86.

Fra i tanti prodotti che hanno definito e ridefinito nel tempo la lineup di computer Apple, ce ne sono due in particolare che hanno fatto da ponte tra x86 e ARM, tra Intel e Apple Silicon, tra CISC tra RISC (istruzioni complesse e istruzioni ridotte): il MacBook Pro da 16” e il Mac Pro modulare, arrivati entrambi sul mercato alla fine del 2019, e significativi perché rappresentano gli ultimi “nuovi” Mac basati su x86, al di là di aggiornamenti delle specifiche di modelli esistenti rilasciati qualche mese dopo. Due Mac per certi versi agli estremi opposti, non tanto perché uno è un portatile e uno un desktop tower, quanto perché mentre il primo con la transizione a Apple Silicon ha avuto solo da guadagnare, diventando una delle workstation portatili più potenti e versatili sul mercato, il secondo è caduto nel dimenticatoio per poi venire dismesso lo scorso marzo.

Il MacBook Pro da 16 pollici del 2019

Il MacBook Pro da 16” del 2019

Il Mac Pro del 2019

Il Mac Pro del 2019

Ma sono anche due Mac che per altri aspetti hanno molto in comune, perché rappresentano l’apice di quello che è stato realizzato durante il sodalizio tra Apple e Intel. Due macchine potenti, per professionisti e creativi, la cui realizzazione fu mossa dalla volontà di Apple dell’epoca di tornare sui propri passi, e realizzare dei prodotti in grado di soddisfare le esigenze dell’utenza storica e affezionata all’azienda di Cupertino, quella dei creativi dell’immagine, del video e della musica, ma anche dei programmatori, ingegneri, scienziati, o semplicemente persone che in altri anni sarebbero finite in un manifesto in bianco e nero con su scritto “Think Different”.

Il Mac nel 2019 veniva da anni difficili, ed erano necessari dei cambiamenti per non perdere la fiducia delle persone. Già due anni prima, in effetti, aveva iniziato a muoversi qualcosa: il 4 aprile 2017 è una data storica, perché quel giorno i manager Apple invitarono un piccolo gruppo di giornalisti in una stanza per parlare della situazione del Mac e, cosa più unica che rara, per chiedere implicitamente scusa e ammettere che alcune scelte progettuali degli anni precedenti si erano rivelate controproducenti e avevano portato a prodotti non all’altezza delle aspettative, soprattutto quelle dei professionisti e dei creativi che avevano sempre usato il Mac, ma che a un certo punto si erano trovati a dover scegliere tra una gamma di prodotti che stava diventando rapidamente obsoleta e incapace di offrire prestazioni inadeguate alle loro esigenze. Se d’altra parte pensiamo a come era composta la gamma dell’epoca, vengono in mente prodotti come il Mac Pro del 2013, tanto futuristico quanto limitato nell’espandibilità e nel raffreddamento, l’iMac e il MacBook Air, rimasti immutati per anni, o il MacBook Pro, di cui era appena stata rilasciata la nuova generazione, ma che non aveva convinto molte persone per limiti hardware, dalla delicatissima tastiera a farfalla, alla GPU poco potente, alla RAM da massimo 16 GB. Quella riunione si chiuse pertanto con la promessa, per gli anni a venire, di realizzare dei prodotti veramente all’altezza delle aspettative, a partire da un nuovo Mac Pro potente e modulare, in grado di soddisfare anche i più esigenti dei professionisti. Ma come si arrivò a quella situazione?

È possibile che dietro a quello stallo ci fosse uno scontro tra la volontà di realizzare prodotti con un design avveniristico, e la realtà fatta di processori Intel con dei limiti e delle esigenze in termini di consumi e dissipazione ben precisi. Una disputa vinta a quanto pare dai designer, almeno fino a quando gli effetti negativi non furono così evidenti da non poter più essere ignorati. Non dimentichiamo infatti che la Intel dell’epoca si era ritrovata in difficoltà nel portare in produzione di massa nodi più avanzati dell’ormai per l’epoca vetusto 14 nm, tanto che il successivo nodo a 10 nm, che da roadmap era previsto per il 2015, non venne commercializzato fino al 2019 e per molti processori fino al 2021. Così Intel per aumentare le prestazioni non poté fare altro che aggiungere core e aumentare la frequenza di clock anche a costo di aumentare i consumi. Il risultato più emblematico di questa situazione fu il MacBook Pro da 15” del 2018 con Core i9 Cofee Lake, che, realizzato con la stessa identica scocca e dissipazione della versione 2016, soffriva di un thermal throttling fuori controllo, con la CPU che non riusciva a tenere nemmeno la frequenza clock di base, ottenendo in alcuni casi prestazioni inferiori rispetto al modello dell’anno precedente che montava un i7 quad core Kaby Lake.

Il MacBook Pro 2018 con Core i9

Il MacBook Pro del 2018 con Core i9, pur essendo indirizzato all’utenza professionale, a causa dei consumi del processore soffriva di thermal throttling

Per gli utenti però di chi sia la colpa ha poca importanza: se un prodotto viene proposto sul mercato come una macchina per professionisti e destinata a lavori pesanti in termini di risorse computazionali, non è giustificabile una situazione simile. Se il tuo fornitore di chip non è in grado di realizzarne di abbastanza efficienti per i prodotti che vuoi produrre, o cambi fornitore o realizzi nel frattempo dei prodotti adatti ad ospitare quei processori.

Tim Cook annuncia la transizione a Apple Silicon durante la WWDC 2020

Tim Cook annuncia la transizione a Apple Silicon durante la WWDC 2020

A dire la verità, Apple un piano per cambiare processori lo stava già portando avanti, tanto che nel 2020 diede inizio alla transizione del Mac dai processori Intel ai SoC Apple Silicon progettati internamente, ed è anche logico che, visto quanto bolliva in pentola, il management non fosse troppo incline a investire considerevoli risorse nello sviluppo di nuovi design pensati per ospitare processori Intel quando di lì a poco sarebbe stato comunque necessario cambiarli, perdendo la possibilità di ammortizzare nel tempo l’investimento. Quali fossero inizialmente i piani interni non lo sapremo mai, ma quel che è sicuro è che a un certo punto qualcuno si è reso conto che non era possibile lasciare gli utenti professionali a piedi per così tanto tempo, anche perché molti di questi avevano già iniziato a migrare verso Windows e Nvidia per sopperire alla mancanza di un Mac Pro degno di questo nome e di un portatile abbastanza potente per certi lavori. E così, pochi mesi prima dell’annuncio della transizione, senza che nessuno ancora sapesse niente, arrivarono due dei migliori Mac con Intel mai realizzati.

Due Mac pensati per fare da ponte tra il periodo Intel e il periodo Apple Silicon, perché, ricordiamolo, i programmi compilati per x86 sono stati ricompilati per funzionare sul set di istruzioni ARM, e sappiamo che il mondo professionale da questo punto di vista viaggia a una velocità molto più lenta rispetto a quello consumer, non solo per la complessità dei software e delle tecnologie in gioco, ma anche a causa della miriade di soluzioni indie, di nicchia o spesso anche fatte in casa, che devono lavorare in sintonia per rendere possibili milioni di workflow di lavoro diversi, ognuno unico e messo a punto in anni. Senza contare che nel mondo pro prima ancora delle prestazioni conta la stabilità: pensiamo per esempio a uno studio di produzione che lavora con grafica 3D e modelli, dove vengono chiamati artisti di fama pagati a ore: in un contesto di questo tipo è molto meglio avere un computer un po’ più lento ma che non è incline a crash o problemi vari, piuttosto uno veloce a fare un rendering o una esportazione, ma che rischia di far perdere molto più tempo per problemi di stabilità. Essendo quindi impensabile una transizione immediata in questi ambiti, servivano delle soluzioni in grado di traghettare gli utenti rimasti delusi dagli ultimi Mac Intel verso quelli nuovi, con Apple Silicon, per qualche anno.

Il MacBook Pro 16” del 2019 e il Mac Pro del 2019 hanno fatto proprio questo. Finalmente, dopo tanto tempo, i professionisti hanno avuto un desktop veramente potente e modulare, espandibile e personalizzabile come nessun altro desktop di Cupertino mai realizzato prima, e con prestazioni sostenute senza nessun thermal throttling pur rimanendo decisamente silenzioso. Molti si sono chiesti perché mai Apple abbia realizzato un prodotto del genere appena prima di cambiare architettura dei processori, ma in realtà il motivo è quello di cui abbiamo parlato sopra: serviva come soluzione in attesa che tutti potessero passare a Apple Silicon. Poteva durare dieci anni un prodotto del genere? Sicuramente sì, così come era successo per il pretendete tower di Cupertino, nato come PowerMac G5 nel 2003, e finito come Mac Pro con Xeon a 12 core nel 2013, tuttavia quello che serviva era una soluzione a un problema contingente e non rimandabile. E le stesse esatte considerazioni valgono per il MacBook Pro da 16”, che aveva il compito di fungere da declinazione portatile della potenza del Mac Pro, superando in particolare i limiti termici della precedente versione da 15”, con una scocca più grande e un sistema di dissipazione più potente in grado di mantenere prestazioni sostenute nel tempo.

Dispiace quindi da un lato che un progetti così ben pensati ed eseguiti, come il Mac Pro e il MacBook pro da 16” abbiano avuto una vita tanto breve: se fossero arrivati un po’ prima, avrebbero certamente espresso molto più a lungo il loro potenziale, e probabilmente avrebbero reso più felici molti utenti nel corso del loro ciclo di vita, soprattutto il Mac Pro, che sarebbe potuto diventare una base su cui costruire, e non, come invece è stato, un prodotto durato per una singola generazione, con la seconda versione, con M2 Ultra, che è stata di fatto una breve parentesi senza una precisa ragion d’essere. Ma è anche vero che questi due Mac resteranno probabilmente ricordati per sempre come due dei migliori mai realizzati con Intel e forse due tra migliori di sempre.

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