Una bicicletta per la mente

Una bicicletta per la mente

Mentre lo smartphone mette al centro la fruizione, il PC mette al centro la creazione. Nell’era dell’economia della distrazione faremmo bene a ricordarci che i computer sono ancora qui: basta usarli.

Se avete i capelli bianchi, o se avete seguito un po’ di storia dell’informatica, ricorderete la celebre affermazione che Steve Jobs ripeteva in continuazione nei primi anni della sua carriera, secondo cui i computer sarebbero stati l’equivalente di una bicicletta per la mente. La metafora, molto acuta, si basava sull’analogia con uno studio che aveva molto colpito Jobs da giovane, nel quale emergeva che, sebbene tra tutti gli animali l’uomo avesse un sistema di locomozione tra i meno efficienti dal punto di vista energetico, nel momento in cui veniva misurato mentre correva in bicicletta diventava di gran lunga l’animale più efficiente di tutti. Da qui la considerazione secondo cui l’uomo ha come peculiarità quella di essere un costruttore di strumenti, che progetta e realizza con lo scopo di amplificare le proprie capacità innate. Quindi, se la bicicletta è uno strumento in grado di amplificare le capacità locomotorie dell’uomo, il computer è uno strumento in grado di amplificarne le capacità mentali.

Tutto perfetto allora? Di certo qualche dubbio sorge a sentire un filosofo come Umberto Galimberti affermare che i dispositivi elettronici stanno contribuendo al declino cognitivo e alla perdita della capacità di lettura, soprattutto nei giovani. Sono sicuro che qui qualcuno potrebbe obiettare che si tratta della solita storia: un professore anziano, che ormai si ritiene arrivato e abilitato a dire ciò che vuole, spara colpi sulle cose per lui nuove e che non capisce. Può anche darsi, ma almeno una riflessione potremmo farla. Anche perché queste affermazioni si inseriscono in un discorso molto più ampio del filosofo, che riguarda “L’uomo nell’età della tecnica”. Citando alla lettera:

Ad una tecnica diventata padrona del mondo non possiamo contrapporre né l’etica né la politica, in quanto l’etica e la politica non possono chiedere alla tecnica, che può, di non fare ciò che può, dato che non si è mai visto nella storia che uno non fa quello che può fare. L’etica quindi diventa patetica nei confronti della tecnica.

Insomma, la tecnica non si pone interrogativi morali, va avanti per la sua strada, sperimenta nuove vie, e realizza tutto quello che può realizzare, soprattutto, aggiungerei, se ha senso dal punto di vista del ritorno finanziario.

Ora, è chiaro che Galimberti esprime questi concetti con una connotazione negativa. Eppure, non possiamo trascurare tutti i benefici che questo approccio della tecnica ha portato all’umanità: a quante innovazioni avremmo dovuto rinunciare se la tecnica si fosse posta interrogativi etici a ogni passo? E siamo sicuri che se così fosse stato, avremmo ottenuto un bilancio migliore alla fine? D’altra parte, gli effetti dell’innovazione sono quasi sempre imprevedibili, e l’unico modo per non avere conseguenze negative sarebbe non fare nulla. Senza errori però non c’è progresso.

Senza scomodare altri filosofi, ad ammettere, velatamente magari, ma con diretta cognizione di causa, di aver commesso degli errori, è nientemeno che Jony Ive, la principale mente dietro la nascita dello smartphone così come lo conosciamo oggi. Intervistato nel maggio 2025, Ive ha affermato che non è sufficiente avere buone intenzioni, e che designer ed esperti di tecnologia dovrebbero prendersi la responsabilità quando dai prodotti scaturiscono risultati dannosi. Il riferimento è ovviamente all’iPhone, e per analogia a tutti i telefoni che lo hanno copiato.

Ma perché una visione così negativa su un prodotto che ha semplificato la vita di tutti? Ive non scende in ulteriori dettagli, ma qualcosa possiamo intuire dalle dichiarazioni di qualche giorno fa di Brian Boland, uno dei dirigenti che dal 2009 al 2020 ha contribuito a realizzare la macchina pubblicitaria di Meta (allora Facebook). Boland afferma che le priorità dell’azienda non sono mai state rivolte verso la tutela degli utenti e della loro sicurezza, ma verso la crescita e l’aumento del coinvolgimento. Nulla di esattamente nuovo, sappiamo ormai come funziona la macchina dell’attenzione (o della distrazione), ma sentirlo ripetere ancora una volta da un importante dirigente risveglia sempre un pochino le coscienze.

Insomma, non sono tanto gli smartphone il problema, ma le applicazioni che ci girano sopra; alcuni sviluppatori sono quindi i veri responsabili degli effetti negativi degli smartphone sulla società e sulle persone. Ive però è probabilmente consapevole, con senno di poi, di aver messo nelle mani dell’umanità lo strumento perfetto per l’economia dell’attenzione/distrazione, creando i presupposti per passare da un mondo in cui l’individuo usa la tecnologia a uno in cui sembra quasi essere più la tecnologia a usare l’individuo.

In effetti oggi il dispositivo elettronico principale, per la maggior parte delle persone, non è più il PC, ma lo smartphone, tanto che molti nemmeno hanno più un PC, o se lo hanno è comunque un dispositivo secondario. C’è però una differenza enorme tra quelli che alla fine sono due formati diversi di personal computer: mentre lo smartphone mette al centro la fruizione, il PC mette al centro la creazione. Questo non perché sia impossibile per l’utente fare l’opposto, ma per il modo in cui sono progettati a livello hardware e software: il PC richiede un intento, è più difficile usarlo per perdere tempo, perché in un certo senso mette una barriera, rappresentata dal dover ragionare secondo una logica di file e non di applicazioni. In sostanza, il concetto non è quello di aprire una app a caso e iniziare a scrollare, ma creare un file bianco e riempirlo: c’è una differenza abissale. Non dimentichiamoci però che i computer sono ancora qui, e sono sempre più potenti, basterebbe usarli. Allora dove sta il vero limite, nel computer o nella mente umana? Di sicuro la bicicletta non scappa, l’importante è non tenerla appesa al chiodo.

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Non è che parliamo di cose gravi