L’evoluzione agentica di Windows non piace a nessuno: Microsoft è in grado di innovare, ma deve riconquistare la fiducia degli utenti

Windows agentico

Da mesi Microsoft sostiene che Windows dovrà evolvere in chiave agentica, ma agli utenti questa direzione non piace affatto, complici le politiche che l’azienda ha portato avanti nell’ultimo decennio. Eppure, se questa evoluzione avvenisse, avrebbe una portata innovativa enorme.

Viviamo in un mondo folle. Così folle, che un’azienda tra le più grandi e potenti al mondo, che sarebbe in grado di portare sul mercato un’innovazione di quelle che si vedono forse una volta ogni decennio, deve stare attenta a quello che dice (e un po’ anche a quello che fa) perché ha passato l’ultimo decennio cercando di spremere tutto il profitto possibile dai propri utenti al punto da farli infuriare e perdere ogni fiducia e ogni credibilità.

Adesso, l’ultimo incidente di pubbliche relazioni a sollevare il polverone è stata la dichiarazione di Pavan Davuluri, il presidente della divisione Windows, il quale ha ribadito per l’ennesima volta che Windows evolverà, nei piani di Microsoft, in chiave agentica. Al che le reazioni degli utenti online sono state alquanto categoriche: quello che emerge, in buona sostanza, è che alle persone questa evoluzione non va proprio giù.

Ora, che i cambiamenti non siano sempre ben accetti dal genere umano è qualcosa di scontato, e se guardiamo a quello che si diceva in giro delle interfacce grafiche negli anni ’80, ci rendiamo conto che anche allora l’opinione comune era che fossero inutili, e che chi usava il computer non ne avrebbe mai avuto bisogno. Il caso in questione è però diverso, e si comprende meglio ricordando cosa agli utenti non piace di Windows così com’è oggi.

Oggi, infatti, molte persone hanno un’opinione negativa di Windows non perché non sia “tecnologicamente” valido (chi ha mai sentito qualcuno lamentarsi del kernel NT?), ma per le politiche di Microsoft che lo rendono, più che un prodotto fatto e finito, una piattaforma per vendere prodotti e servizi extra e monetizzare i dati dell’utente. Il problema, quindi, è che Microsoft non dimostra rispetto per il proprio cliente (del resto Windows si paga), e il risultato è che il cliente, a ragione, non si fida più di Microsoft, e la questione “Intelligenza Artificiale” viene vista da moltissime persone come l’ennesimo tentativo dell’azienda di invadere la privacy, raccogliere dati, e vendere servizi aggiuntivi, senza apportare reali benefici a chi poi deve fruire del sistema operativo.

Insomma, Microsoft è causa del suo male, e ora se vuole innovare deve riconquistare la fiducia dei propri utenti, perché una eventuale versione di Windows ripensata in chiave agentica, per funzionare bene, non potrà fare a meno di chiedere molti più dati di quelli che chiede oggi, e se le persone sono restie a concederli l’intero progetto parte già azzoppato. Un vero peccato, perché questa trasformazione potrebbe cambiare per sempre, in meglio, l’interazione tra uomo e computer, e sarebbe in definitiva una possibile risposta ai temi che sollevai in un mio precedente articolo, in cui disquisivo su quanto le attuali interfacce (grafiche) tra uomo e computer siano diventate inadeguate all’odierno modo di lavorare.

Ma l’aspetto forse più ironico di tutta la faccenda è la situazione di Apple Intelligence, la suite di strumenti di intelligenza artificiale che Apple ha integrato nei suoi sistemi operativi. Se da un lato è evidente che a Cupertino sono molto indietro sui modelli e sull’implementazione del loro software, paradossalmente Apple è l’unica big tech a cui la maggior parte degli utenti darebbe tutti i dati necessari per il funzionamento di un sistema operativo agentico, proprio grazie alla reputazione di cui gode sul fronte della privacy e della tutela dei dati personali. Microsoft ha la tecnologia, ma Apple ha la fiducia.

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